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Pyramidal Altar of Bomarzo (only available in italian and french for the moment)

L’ALTARE PIRAMIDALE ETRUSCO DI BOMARZO

Di

Osvaldo CARIGI e Stefania TAVANTI

 

«Nel versante Nord del Monte Cimino, sparsi nella boscaglia, tra i centri di Soriano nel Cimino, Bomarzo e Vitorchiano, un'infinità di massi formatisi per indurimento delle lave vulcaniche, sparsi per largo raggio nel territorio circostante, sono stati scavati e modellati dagli Antichi per ricavarne abitazioni, tombe, luoghi di culto o per svolgervi pratiche legate alla vita quotidiana

Giovanni menichino

(Giovanni Menichino – ‘Escursionismo d’Autore nella Terra degli Etruschi’ – Editrice Laurum)

“…una grande struttura scolpita su un masso vulcanico, conosciuta come l’Altare del Predicatore. Il monumento è imponente…un ambiente di pietra lavorata che svetta sopra la valle.”

(Giovanni Feo - ‘Geografia Sacra’ – Ed. Stampa Alternativa).

Tutto ha avuto inizio con una mail, corredata di alcune incredibili foto, inviataci dall’amico Roberto Mosca con la quale lo studioso osimano ci segnalava la presenza di una imponente struttura scolpita nella pietra nei pressi di Bomarzo (Viterbo). Impropriamente definita ‘piramide etrusca’ per la sua forma a cono tronco, la sua straordinarietà venne subito da noi percepita a seguito della visione delle immagini ricevute, ricordandoci, altresì, di aver letto in un libro di Giovanni Feo un preciso riferimento, parzialmente riportato in epigrafe, all’opera in questione.

Contattammo immediatamente il noto etruscologo toscano chiedendogli notizie più dettagliate in merito, sicuri anche del fatto che questi, essendo un ricercatore che studia sul campo, avesse personalmente esaminato il monumento, come puntualmente ci venne confermato: “Si tratta di un eccezionale altare piramidale etrusco, uno dei numerosi monumenti rupestri situati nel fosso Castello, profonda forra vulcanica che passa sotto il paese di Bomarzo, lì dove si trova anche il Parco dei Mostri fatto costruire dai Conti Orsini”. La vicinanza con il celebre Parco “ermetico”, commissionato nel 500, potrebbe non essere casuale, infatti “Esiste la concreta possibilità che frate Annio da Viterbo e gli altri eruditi che riscoprirono la civiltà etrusca nel rinascimento, dopo secoli di oblio, abbiano visitato, rimanendo molto impressionati, sia l’altare piramidale che i monumenti rupestri della vicina S. Cecilia ed essere stati ispirati da quella riscoperta dell’antica Etruria e del mondo pre-classico che poi produsse il Parco dei Mostri”. Da evidenziare, inoltre, una perdurante associazione di Bomarzo con un “sacro bosco” che la tradizione poneva vicino al Fanum Voltumnae (1).

Altare pyramidale Altare pyramidale

La selva consacrata, secondo numerose testimonianze, circondava l’area centrale della dodecapoli etrusca, ed il fatto che questa deliziosa cittadina si trovi in una zona denominata Selva Cimina o Selva Etrusca, il cui confine era segnato dal fiume Tevere, potrebbe confermare la succitata ipotesi. Date le premesse, il monumento meritava sicuramente una visita ma essendo situato in una zona difficile da raggiungere a causa della fitta vegetazione disseminata di rovi e di ripidi sentieri che serpeggiano tra siti rupestri e grandi massi di età protostorica, chiedemmo all’amico Giovanni, profondo conoscitore delle aree archeologiche della Tuscia e della Maremma, di farci da guida per una spedizione sul luogo. E così avvolti nella terribile afa estiva del corrente anno, ci ritroviamo il mattino del 13 agosto a Bomarzo pronti a vivere quella che si rivelerà, oltre ogni aspettativa e senza enfasi di cortesia, un’esperienza davvero unica. Preceduti da Giovanni, imbocchiamo, come in una vera e propria caccia al tesoro, uno stretto sentiero il cui inizio è segnalato dalla tomba di un cavallo. Seguendo un tortuoso percorso costellato di continui saliscendi facciamo tappa, dopo circa mezz’ora di cammino, presso un interessante edificio a due piani, interamente scolpito nella roccia e comunemente definito “abitazione” rupestre anche se Feo lo considera inadeguato per tale uso vista l’esiguità dello spazio interno. “Credo verosimile possa trattarsi di un antico sito sacro, un privilegiato ‘luogo alto’ già frequentato dai Rinaldoniani in epoca preistorica. Probabilmente l’attuale forma di ‘casa’ venne realizzata dopo e quasi certamente vi fu un riutilizzo in età medievale, forse come eremo e sepolcro per un importante personaggio.”

A conforto di quest’ultima ipotesi vi è la presenza, appena entrati nel piano terra, di una fossa rettangolare che ricorda molto una tomba. “Comunque, la rifinita fattura del monumento fa supporre che il sito godesse di una certa importanza”. L’altare piramidale è distante soltanto una trentina di metri ma prima di proseguire chiediamo a Giovanni un breve approfondimento sull’uso da parte della civiltà di Rinaldone (2) dei cosiddetti “luoghi alti”, menzionati anche nel Vecchio Testamento, punti di osservazione del cielo e di orizzonti lontani. “Molti secoli prima degli etruschi, nel 4000 a.C. circa, gli strategici “luoghi alti”, sulla sommità di forre vulcaniche solcate da importanti vie d’acqua, furono frequentati dai Rinaldoniani” e il gigantesco “luogo alto” che ci accingiamo a visitare si trova, ad esempio, proprio in una zona collegata al sistema fluviale del Tevere “La cultura Rinaldoniana, durata almeno due millenni, si impiantò e si diffuse proprio lungo i corsi d’acqua, sulle rupi di sommità, al di sopra dei fiumi. I Rinaldoniani scolpirono le pietre, non solo per farne dei sepolcri, ma anche per avere dei marcatori territoriali, oppure per fini astronomici e di culto. Furono i primi a scoprire i luoghi alti del territorio e a lavorarne le rupi”.

A questo punto è arrivato il momento di scoprire l’eccezionale reperto per il quale abbiamo affrontato un cammino irto di ostacoli ed una opprimente umidità che ha già lasciato su di noi i primi ‘segni’, mitigati solo dall’eccitazione di vedere quella che, situata in una piccola radura tra la densa boscaglia, si rivela essere ai nostri occhi una tale meraviglia da lasciarci letteralmente senza fiato. Ricavato da un enorme masso di pietra “peperino” ed ancora in buono stato di conservazione, l’altare si erge per circa 15 metri. È composto di tre livelli raggiungibili da diverse scalinate per un totale di circa 50 gradini, anche se la presenza di altri sepolti alla base del monumento, frutto della continua sovrastratificazione del terreno avvenuta nel corso dei secoli, fa supporre che esso fosse in origine più alto. Come in altre strutture etrusche con funzione religiosa anche qui il numero dei gradini potrebbe essere legato ad un preciso simbolismo: “Probabilmente era in relazione al simbolismo della ascensione verso il Cielo, il mondo divino, e quindi potrebbe indicare i diversi passi dell’ascesa che tradizionalmente è considerata di 7 fasi successive o multipli di 7”. Tuttavia per avvalorare tale ipotesi è necessario conoscere il numero esatto dei gradini e questo implicherebbe ripulire l’altare dalla terra che in parte ancora lo ricopre.“La struttura architettonica è impostata secondo la nozione archetipa dei “tre mondi”, spiega Giovanni, “Cielo, Terra e Inferi, corrispondenti all’area apicale, dove si compiva il rito, all’area intermedia, dove si preparavano le offerte e le altre ritualità, e allo spazio alla base dell’altare, dove rimaneva la gran parte dei partecipanti. Alla cima dell’altare, a cui si giungeva per una scala di nove gradini, poteva accedere solo l’officiante”.

Altare pyramidale

Altare pyramidale

Oltre a sedili e nicchie, sulla facciata si nota un lungo solco trasversale che è collegato a delle piccole vasche di raccolta: “liquidi consacrati venivano versati in questa complessa canalizzazione sacrificale". Tramite le offerte il sacerdote poteva entrare in comunicazione con la divinità ed invocare il suo aiuto o ricevere responsi. L’altare, databile verso il VII sec. a.C., è stato scolpito dagli eredi della tradizione sacra, “l’etrusca Disciplina, che in quei secoli detenevano e tramandavano i dettami di quell’antica scienza sacra, un compendio di tutte le conoscenze, arti e tecniche, compresa l’arte di edificare nei luoghi “giusti” del territorio”. Proporzioni e forme riflettono un modello armonioso, frutto di una tecnica e di un sapere raffinati che nel nostro caso potrebbero aver permesso alle genti dell’antica Bomarzo di realizzare tale opera: “Nel fosso Castello e in quelli contigui che portano verso la valle del Tevere vi fu un’ampia diffusione di questo tipo di altari rupestri e questo può far supporre che la mano d’opera fosse locale”. L’orientamento della costruzione è impostato verso i punti cardinali intermedi, tipico di templi e necropoli etrusche, tuttavia è probabile che il masso, prima ancora di essere sagomato, fosse già utilizzato come punto di esplorazione dei cieli.

L’altare in età etrusca doveva presentarsi non troppo dissimile da come lo possiamo ammirare oggi; a parere di Giovanni Feo l’unico elemento forse mancante, a parte gli scalini interrati, “sono alcune tettoie, sostenute da pali lignei, che probabilmente erano disposte in certi punti speciali della scalinata”. Anche il paesaggio circostante, nella quasi totalità caratterizzato da una massiccia presenza di “macchia” mediterranea, non doveva essere molto diverso da quello attuale se escludiamo alcuni tipi di piante estintesi nel corso dei secoli. Nelle vicinanze si trova una ‘via cava’ che conduce proprio verso l’altare anche se purtroppo adesso è invasa dalla vegetazione e, quindi, di difficile accesso: “è una tipica ‘tagliata’ etrusca, anche se fu riutilizzata in età romana. Le vie cave erano percorsi sacri e non ordinarie vie di comunicazione”.

Altare pyramidale Altare pyramidale

Il monumento viene genericamente incluso tra quelli denominati localmente ‘sasso del predicatore’ per la somiglianza con un pulpito. Gli altri altari sono della stessa epoca e sempre scolpiti su massi megalitici ma con dimensioni finali assai ridotte rispetto al nostro anche se, come tende a puntualizzare Giovanni, alcuni di questi potrebbero aver subito delle parziali modifiche, “per esempio in età romana. Il riutilizzo dei monumenti religiosi è un dato immancabile”. L’altare di Bomarzo sarebbe dunque un unicum nel panorama delle predette similari strutture architettoniche etrusche? “Per quanto è a mia conoscenza questo altare, per forme e dimensioni, è unico per grandiosità e complessità” ed è da ricondurre ad un modello archetipico universale, seppur con variazioni locali, che ritroviamo, ad esempio, nelle piramidi Maya o nelle civiltà dell’estremo Oriente, “altari con una gradinata che conduce ad uno speciale punto di osservazione del cielo e del territorio”. Un territorio che, nel caso dell’altare di Bomarzo, spazia a largo raggio verso Umbria e Lazio. Si tratta di opere molto importanti per coloro che le eressero: luoghi di culto e di osservazioni scientifiche al tempo stesso, siti strategici e sacri”. Osservando la complessità architettonica dell’altare piramidale ci corre quasi l’obbligo di raffrontare lo stesso con un monumento situato in località Sorgenti della Nova (Viterbo), che potremmo definire un ‘prototipo’ dei ‘sassi del predicatore’. Scoperto negli anni ’80 dall’archeologa N. Catacchio Negroni, si tratta di un grande masso di tufo nel quale sono stati scolpiti una scalinata e un punto apicale, ove si svolgevano le funzioni rituali. Denominato ‘Scala Santa’ è databile al XII-XI sec., essendo opera dei proto-villanoviani (una delle etnie, di probabile origine balcanica, che partecipò alla nascita della confederazione etrusca). Chiediamo a Giovanni se è possibile ipotizzare una certa evoluzione stilistica maturata nel corso dei 3-4 secoli che separano le due opere:“I monumenti dell’architettura sacra etrusca furono concepiti e realizzati secondo dei modelli tradizionali che, per molti secoli, furono sempre uguali; credo che l’evoluzione stilistica nei diversi periodi non sia così influente, in quanto le concezioni di base erano le stesse”. L'altare, seppur limitatamente ad alcuni aspetti architettonici, può ricordare le ziggurat mesopotamiche anche se quest’ultime furono interamente costruite in muratura mentre il nostro è frutto di un immane lavoro di scultura rupestre.


Giovanni, pur ribadendo una maggiore appartenenza del monumento al già citato modello dell’altare con gradinata, non boccia questo raffronto poichè “esistono evidenti connessioni tra la civiltà mesopotamica e l’etrusca, soprattutto a livello di culto e religione”. Conseguentemente, il discorso scivola di nuovo sulla presenza di costruzioni analoghe al nostro, estendendo la ricerca proprio nella zona di provenienza dei primi etruschi e in quelle dove lasciarono una maggiore impronta della loro presenza o passaggio prima di approdare sulle coste tirreniche: il regno anatolico di Arzawa, l’isola di Lemno, la Sardegna. “Possiamo trovare monumenti simili all’altare etrusco nella regione, anch’essa culla dell’arte rupestre, comprendente le terre di Anatolia, Armenia e Azerbaijan, l’antica Asia Minore. A Lemno potrebbero trovarsi simili monumenti su una delle tante alture vulcaniche che, finora, credo nessuno abbia mai esplorato. Ho visitato più volte la Sardegna ma non ho visto niente di simile all’altare di Bomarzo ma, conoscendo la ricchezza dell’isola, credo che qualcosa di paragonabile al predetto debba trovarvisi”. Purtroppo il tempo tiranno ci spinge inesorabile ad accomiatarci da questa ennesima stupefacente testimonianza di una civiltà durata almeno dieci secoli che seppe resistere, per duecento anni, alla conquista romana, lasciando in eredità, oltre a grandiose opere profonde tracce culturali nel tessuto sociale di quelle zone della nostra penisola ove si insediò, spesso sovrapponendosi pacificamente ad altre culture affini per luoghi di provenienza, lingua, usi e costumi. Ma nel gettare un ultimo sguardo all’incredibile costruzione, non possiamo davvero esimerci nel porre a Giovanni Feo una domanda che mette ancora una volta il dito nella piaga di una triste realtà più volte affrontata: come è possibile che un monumento di siffatta unicità come l’altare di Bomarzo venga praticamente ignorato dagli studiosi accademici, al pari, occorre sottolinearlo, di altri importanti e quasi sconosciuti reperti? “Da molti anni – afferma Giovanni - sto denunciando l’inesorabile avanzare del degrado e dell’abbandono del patrimonio monumentale italiano. Ogni anno si verificano perdite enormi, Non c’è tutela. La soprintendenza e gli archeologi dicono che non hanno mezzi, credo, però, che manchi anche la volontà. Una delle cause di ciò è che la “politica” ha spodestato la “cultura” e, solo per fare un esempio, molti Comuni tollerano o promuovono l’edilizia selvaggia e non si interessano affatto dei monumenti e dell’ambiente. L’Italia pullula di parchi archeologici mai terminati, abbandonati e ridotti a discariche. Potrebbero invece essere fonte di lavoro e di fertile economia, ma purtroppo si preferiscono altri tipi di investimenti.”

Le parole di Giovanni Feo suonano a ennesima condanna per l’incuria mediatica perseguita da chi dovrebbe invece far conoscere, preservandoli dall’azione erosiva del tempo, rilevanti vestigia del nostro passato che solo grazie allo splendido lavoro di valenti ma ‘scomodi’ studiosi e ricercatori come il nostro amico possono ancora mostrare la loro millenaria straordinaria bellezza.

Altare pyramidale Altare pyramidale

(1) Il sacrario nazionale della confederazione etrusca, situato nei pressi di Bolsena (VT).

Nella primavera del 2010 è prevista la pubblicazione dell’ultimo libro di Giovanni FEO intitolato ‘FANUM VOLTUMNAE’ – La scoperta del perduto sacrario dei docili popoli etruschi’.

(2) per maggiori informazioni sulla civiltà di Rinaldone si rimanda alla lettura del libro di Giovanni FEO ‘Giganti Etruschi’ e all’intervista con l’autore, pubblicata sul n. 3 di FENIX.

 

 

RIEPILOGO CRONOLOGICO DELLE CIVILTA’ CITATE NEL TESTO

 

CULTURA DI RINALDONE................................ 4.000 – 2.000 circa a.C.

CULTURA PROTO-VILLANOVIANA............... 1.200 – 1.000 circa a.C.

CULTURA VILLANOVIANA............................. 1.000 – 800 circa a.C.

CIVILTA’ ETRUSCA DI ETA’ STORICA......... X sec. a.C. – I sec. d.C.

 

 

LA “SCALA SANTA”

scala santa

 

(foto tratta da ‘Sorgenti della Nova’ di Nuccia Catacchio Negroni e M. Cardosa - Editrice Laurum)

La si potrebbe definire come una scala scolpita, fine a se stessa. “Il percorso a gradini, giunto all’apice della lunga roccia, si interrompe bruscamente: ci si aspetterebbe di arrivare a un altare o ad altro spazio, invece la scala si interrompe a un certo punto. Probabilmente, salire questi gradini corrispondeva a uno speciale percorso ritualizzato, da svolgersi secondo particolari passi”. Proprio la denominazione di ‘Scala Santa’, data dagli archeologi, tende a sottolinearne l’uso sacrale. Strutture simili si posso trovare anche in altri paesi, ad esempio a Jaipur (India) e Machu Picchu (Perù) e la loro altezza veniva sfruttata come punto di esposizione e osservazione. Nel nostro caso, giunti all’apice della ‘Scala Santa’, si vede la mole conica del monte Becco e il territorio appenninico sino al Mar Tirreno. Sul monte Becco, negli anni settanta, archeologi danesi portarono alla luce i resti di un poggio fortificato con al centro un tempio etrusco sicuramente attivo per molti secoli “Quindi la veduta del monte Becco dalla Scala Santa è per nulla casuale, anzi, trovarsi dinanzi al principale monte sacro della Maremma indica un collegamento tra luoghi di grande significato”. In definitiva dal sacro punto apicale della Scala Santa si entrava in connessione con il sacrario di Monte Becco “come in un allineamento di campi d’energia che permettesse a luoghi diversi di entrare in risonanza” tipico, del resto, di molte altre opere etrusche realizzate in ossequio all’idea che la terra e il territorio fossero considerati spazi sacri e vivi dove la forza divina che governa il mondo si manifestava, attraverso precisi rituali presso templi e monumenti sacri. (Il virgolettato è tratto da ‘Misteri Etruschi’ di Giovanni FEO – Ed. Stampa Alternativa).

 

 

Altri due importanti ‘Sassi del Predicatore’ in località Selva di Malano (VT)

 

Sassi del Predicatore

Le foto sono tratte da ‘Escursionismo d’Autore nella Terra degli Etruschi’ di Giovanni Menichino - Editrice Laurum. L’altare, di proporzioni megalitiche, presenta 9 gradini e sulla sommità vi sono i resti di tre are, probabilmente dedicate alla trinità etrusca: Tinia, Uni e Menerva.

 

Altare cubico

 

Altare cubico, con i quattro lati decorati da tre fasce di finto muro (“bugnato”). Il lato alto e orrizzontale presenta un’incisione a croce delle quattro direzioni e, distribuite sui quattro angoli, una dozzina di piccole coppelle.

Osvaldo,Giovanni e Stefania